Misurare l’abilità nel poker: la Teoria della Completezza delle Informazioni

Misurare l’abilità nel poker sembra una pretesa eccessiva. Eppure, una volta stabilito che cos’è un’informazione e riletto in chiave strutturale il teorema fondamentale, il passo diventa possibile. Lo studio lo compie formulando la Teoria della Completezza delle Informazioni: non una tecnica di calcolo, ma lo strumento concettuale che stabilisce a quale condizione un giocatore possieda davvero tutto ciò che c’è da sapere.

Da che cosa dipende un’abilità

Prima di poter calcolare un indice di abilità bisogna sapere da che cosa quell’abilità dipende. Lo studio individua due fattori.

Il primo è la qualità delle informazioni acquisite nelle varie fasi dello spot. Il secondo è la capacità del giocatore di percepire, comprendere, elaborare e interpretare quelle informazioni, traducendole nelle strategie migliori per eliminare gli avversari e appropriarsi dei relativi stack.

Sono due cose distinte, e conviene tenerle separate: la prima riguarda ciò che il tavolo mette a disposizione, la seconda ciò che il singolo giocatore riesce a farne.

Più avanti lo studio arriva a una formulazione più stretta: le abilità dipendono da due fattori distinti, ma profondamente interdipendenti — le informazioni acquisite e la grandezza dello stack.

La progressiva acquisizione delle informazioni lungo lo spot permette di individuare le strategie utili al successo della mano; la grandezza dello stack permette di misurare il grado di applicabilità delle abilità individuate. Il secondo dei due è un discorso a sé, affrontato parlando di chip utility.

La Teoria della Completezza delle Informazioni

Dalla rilettura del teorema fondamentale del poker e dai due presupposti che ne discendono lo studio formula una teoria nuova: la Teoria della Completezza delle Informazioni nel poker.

L’enunciato è una condizione, e il vincolo che pone è forte: si accede alla conoscenza completa delle informazioni, e all’individuazione delle abilità che vi sono connesse, se e solo se tutte le fasi dello spot sono state svelate.

Il “se e solo se” non è un modo di dire. Non basta che le fasi svelate siano molte, o quasi tutte: o sono tutte, oppure la conoscenza non è completa e le abilità connesse restano in parte non identificabili.

Lo studio la definisce una verità assoluta alla quale nessun giocatore può sfuggire. Non dipende dal livello, dall’esperienza o dalla lucidità di chi siede al tavolo: dipende dalla struttura stessa della mano.

Che cosa si sa, quando si sa tutto

Vale la pena chiarire di quale conoscenza si stia parlando, perché non è la conoscenza di tutto ciò che accade al tavolo.

È la conoscenza perfetta di un insieme preciso di relazioni: quella della propria combinazione rispetto a quella avversaria, e quella di entrambe le combinazioni rispetto al board, acquisita lungo l’arco di tutte le fasi dello spot. Quando si possiedono, diventa possibile determinare l’esattezza del valore della propria mano nei confronti di quegli avversari.

Da qui discende un corollario che chiude il cerchio con l’articolo precedente: più conoscenze si hanno sui propri avversari, tanto più vicina e coerente diventa l’interpretazione letterale del teorema fondamentale del poker.

Perché l’abilità diventa misurabile

Qui serve una distinzione, perché la parola “misurabile” è già comparsa in questa serie con un altro soggetto. Parlando di che cos’è un’informazione si è visto che è l’informazione a essere una grandezza misurabile. Adesso il soggetto cambia: è l’abilità.

L’abilità è misurabile dal grado di qualità individuale del singolo giocatore nella capacità di percepire, comprendere, interpretare ed elaborare le informazioni maturate nel corso dello spot, rispetto all’esito finale.

E qui sta la ragione per cui una misura del genere ha senso. Tutti i giocatori coinvolti in uno spot accedono alle medesime informazioni: nessuno ne ha di più. Questo rende gli indici di abilità delle costanti, uguali per chiunque sieda al tavolo, e sposta interamente sulla qualità delle abilità individuali la differenza sul risultato finale.

È il passaggio che rende possibile misurare l’abilità nel poker: non più il giudizio “ha giocato bene”, ma il rapporto fra ciò che era conoscibile in quella mano e quanto quel giocatore abbia saputo riconoscerne e usarne.

La condizione: arrivare al river

Dalla logica della completezza discende una condizione operativa, ed è la più concreta di tutto il ragionamento: ogni giocatore potrà ottenere il 100% delle informazioni disponibili se, e solo se, si giungerà al river con tutte le componenti del mazzo svelate.

Detto altrimenti: una mano che si chiude prima del river non consegna a nessuno l’informazione completa, e non permette quindi di identificare per intero le abilità che vi erano in gioco.

È una condizione esigente, ed è la radice teorica di un problema che abbiamo affrontato altrove: fare in modo che una mano arrivi al river abbastanza spesso da lasciar emergere le abilità. Il modo in cui il modello interviene su questo punto è discusso parlando di varianza nel poker.

Nel prossimo articolo vedremo come questa teoria si applichi a uno spot reale, fase per fase, e come si arrivi a quantificare l’informazione effettivamente disponibile.

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