Perché il poker torneo resta gioco d’azzardo non lo dimostra una teoria: lo dimostra una mano. Questa l’ho giocata io, in un torneo internazionale, ed è finita nel modo peggiore possibile — cioè avendo fatto tutto bene. La racconto perché mette a fuoco il difetto che il formato si porta dietro da quando è nato, copiato e non progettato.
- L’assunto di partenza
- Una mano reale, un problema strutturale
- Leggere l’avversario
- Lo show-down e le due carte che restano
- Perché questo dimostra il problema
- Che cosa sarebbe cambiato al river
- La componente padia cede al ludus avvicinandosi al river
L’assunto di partenza
Il punto di partenza è duplice. Da un lato l’assunto di Crismani: stabilire se in un gioco la vincita dipenda o meno dal caso è un’indagine da fare volta per volta, sulle regole e sulle combinazioni di quel gioco. Dall’altro la classificazione di Caillois, che colloca i giochi di carte fra quelli in cui a decidere sono le sorti del giocatore.
Le due componenti che Caillois individua in ogni gioco — padia e ludus — non sono in equilibrio nel torneo tradizionale. La prima domina, e finché domina la disciplina resta dove le istituzioni l’hanno collocata.
Una mano reale, un problema strutturale
Torneo Master in un casinò europeo, qualche anno fa. Siamo rimasti in dieci, cinque per tavolo: è la bolla del final table, il momento in cui ogni eliminazione pesa il doppio. Ho il bottone — la posizione migliore rispetto al turno di puntata, quella che più di ogni altra favorisce il gioco aggressivo — e davanti circa cinquanta bui, non male a un passo dal tavolo finale. Sul tavolo mi sento in vantaggio, soprattutto per esperienza, e questo mi lascia controllare l’azione.
I giocatori prima di me passano. Guardo le carte: K-10 di semi diversi. Dal bottone è una mano con cui si rilancia, e rilancio tre volte il buio. Il piccolo buio passa. Il grande buio esita — lo vedo esitare — poi si limita a chiamare.
Il dealer scopre il flop: K-10-5. Ho due coppie, le più alte sul tavolo.
Leggere l’avversario
Quell’esitazione mi dice più di quanto lui immagini. Con A-K o una coppia dal 10 in su avrebbe rilanciato, probabilmente andando all-in per chiudere subito la mano. Non l’ha fatto: dal suo range escludo quelle combinazioni e lo colloco fra due figure alte o una coppia bassa. Dopo il flop sono ragionevolmente certo che abbia colpito il K.
Non è intuito. Osservo quell’avversario da qualche ora, e conosco ormai il significato di ogni suo movimento. Mentre aspetto la sua decisione comincio a configurare gli scenari possibili, per farmi trovare pronto su ciascuno.
C’è poi una cosa che avevo deciso prima ancora di vedere il flop. Rilanciando dal bottone avevo scelto una strategia di deception: fornire informazioni devianti, perché leggesse la situazione come volevo io. Perché funzionasse serviva che il flop aiutasse me e insieme aiutasse lui, quanto basta a fargli credere di essere avanti. Se non ci avesse creduto, avrei giocato diversamente.
Lo show-down e le due carte che restano
Fa check. È quello che aspettavo: punto mezzo piatto, la cifra giusta per metterlo nella condizione di impegnare tutto. Risponde con l’all-in, e io chiamo all’istante, appoggiando sul panno la chip più piccola del mio stack.
Il dealer ordina lo show-down. Lui gira K-Q: una coppia di K, la combinazione che gli avevo dato. Io giro K-10: due coppie. Sono avanti — e da questo momento non c’è più nulla che io possa fare.
Turn: 7. River: Q. Chiude due coppie più alte delle mie e si prende il piatto, dentro il quale ci sono poco più di quaranta dei miei bui. [P. Semeraro, pagg. 20-21]
Non vengo eliminato in quel colpo: mi restano sette bui, che gioco nella mano successiva. Chiudo il torneo al decimo posto. Avevo letto bene l’avversario, avevo scelto la strategia giusta e l’avevo eseguita fino in fondo. E ho perso.
Perché questo dimostra il problema
Il punto non è che ho perso. Perdere fa parte del gioco, e una mano persa non dimostra nulla.
Il punto è dove si è fermata la mia possibilità di giocare. Nel momento in cui ho chiamato l’all-in, io e il mio avversario abbiamo smesso entrambi di essere giocatori: nessuno dei due poteva più puntare, passare, leggere l’altro o cambiare piano. Restavano due carte da scoprire e nessuna decisione da prendere.
Da lì in avanti la mano l’ha giocata il mazzo. E quando gioca il mazzo, l’abilità non viene battuta: viene messa fuori dal campo.
Che cosa sarebbe cambiato al river
Proviamo a immaginare la stessa mano con una sola differenza: che lo show-down fosse arrivato al river invece che al flop.
Avrei visto il turn e poi il river prima di impegnare le chip. Avrei visto scendere la Q, e avrei capito in quel momento che la sua coppia era diventata due coppie migliori delle mie. A quel punto non avrei chiamato il suo all-in né avrei cercato di indurlo: avrei scelto di conservare le chip e di aspettare una situazione migliore.
Il piatto lo avrebbe preso lo stesso. Ma lo avrebbe preso perché io mi ero fermato in tempo, non perché il mazzo aveva deciso al posto di entrambi: una vittoria costruita, non capitata. Che cosa questo comporti per la varianza è il discorso di un altro articolo.
La componente padia cede al ludus avvicinandosi al river
Fra il flop e il river non c’è un interruttore, c’è una pendenza. A ogni carta che si scopre il tavolo dice qualcosa in più, e ogni cosa in più restringe lo spazio del caso: al pre-flop si decide quasi alla cieca, al river non restano carte da scoprire.
È lungo questa pendenza che la componente padia cede progressivamente il campo al ludus. E proprio perché è una pendenza e non un salto, si può misurare: quanto ludus sia esprimibile in ciascuna fase è il calcolo su cui gli Skill Poker Index si fondano.
