Poker torneo e cash game condividono quasi tutto, e proprio in quel «quasi» sta il problema. Il formato a eliminazione non è stato progettato: è stato ricopiato dal tavolo a soldi, con una sola modifica aggiunta sopra. Vale la pena vedere che cosa fu preso identico e che cosa fu cambiato, perché è lì che nasce il malinteso che il poker live si porta dietro da mezzo secolo.
- Le origini del malinteso
- Che cosa il torneo ha copiato dal cash game
- Un mazzo senza gerarchia fra i semi
- La sola modifica: i livelli dei bui
- La diffusione e i suoi limiti
- La componente padia nei tornei
- La soluzione
Le origini del malinteso
Tutto nasce alla fine degli anni Sessanta e all’inizio dei Settanta. È il tempo della produzione di massa, della crescita esponenziale, dell’accumulo di grandi profitti: le decisioni d’impresa seguono l’analisi quantitativa e quella razionalità a priori di matrice weberiana che domina la cultura del periodo.
Il poker, in quel contesto, è soltanto un gioco da casinò. Chi ne promuove la diffusione non si pone il problema di progettare una disciplina: applica al tavolo i paradigmi di business che ha sottomano.
Da qui nasce la modalità torneo. Non come innovazione strutturale, ma come trasposizione del cash game — la stessa identica partita, con una sola correzione aggiunta sopra.
Che cosa il torneo ha copiato dal cash game
Quando si dice che il torneo è la copia del cash game, conviene essere precisi su che cosa fu copiato. Tutto: il mazzo intero da cinquantadue carte, la sequenza delle puntate, le quattro fasi in cui una mano si articola. Niente di tutto questo è stato ripensato per un formato a eliminazione.
Il pre-flop si apre con due puntate obbligatorie — piccolo e grande buio — e due carte coperte a testa. Il flop scopre tre carte comuni, precedute da una che il mazziere brucia e che nessuno vedrà. Il turn ne aggiunge una quarta, il river la quinta. Il torneo non ha modificato questa sequenza di una virgola.
Ne ha ereditato anche la conseguenza meno evidente: una mano può chiudersi in qualunque fase, e non tutte arrivano al river. In un torneo si può rientrare finché la registrazione tardiva resta aperta; quando chiude, le fiches non si ricomprano più, e da quel momento una mano può chiudere la partita. Nel cash game quel momento non arriva mai.
Un mazzo senza gerarchia fra i semi
Due differenze separano il Texas Hold’em dal poker all’italiana, e il torneo le ha prese entrambe senza discuterle. La prima riguarda la scala dei punti: qui il full batte il colore, mentre nella variante italiana, giocata con un mazzo più piccolo, è il colore a battere il full.
La seconda è più sottile. Nel poker all’italiana i semi hanno un ordine di dominio, che si impara a memoria con una filastrocca e che a parità di combinazione decide chi vince. Nel Texas Hold’em quell’ordine non esiste: due mani uguali di semi diversi valgono esattamente lo stesso.
Sembra una minuzia da regolamento. È invece il punto su cui lo studio costruisce il proprio modello, e lo chiama testualmente la chiave di volta. Il torneo se l’è portata dietro insieme al resto, senza che nessuno, all’epoca, avesse ragione di farci caso.
La sola modifica: i livelli dei bui
Perché quella modifica, e nessun’altra? Non per rendere il gioco più equo: per un motivo organizzativo. Un torneo deve finire, e con i bui fissi potrebbe non finire mai. L’aumento progressivo garantisce un vincitore entro un tempo prevedibile, ed è la sola correzione che il formato si sia dato alle origini. Che proprio questo faccia del torneo una competizione sportiva, a differenza del cash game, è un discorso a parte.
Non è però rimasta l’unica. Mezzo secolo dopo è arrivata la seconda toppa: i rientri. Se i bui crescenti servivano a garantire che la partita finisse, i rientri servono a garantire che non finisca troppo presto per chi ha pagato l’iscrizione. Due rattoppi in direzioni opposte, sullo stesso formato, applicati entrambi per tenerlo in piedi.
Nessuno dei due tocca ciò che decide la mano. Regolano quando si entra e quando si esce, non come si vince.
La diffusione e i suoi limiti
La modulabilità della durata ha prodotto un effetto non pianificato: il formato si è diffuso. Sono nati tornei di ogni livello e lunghezza, e molti giocatori e organizzatori ne hanno ricavato popolarità e incassi. Il poker live si è liberato dei cliché che lo volevano relegato alle bische clandestine, fra il fumo e la notte.
Intorno al formato è cresciuta una letteratura, dalla «Cadillac del poker» di Doyle Brunson (1978) in poi, che ne ha codificato principi e strategie. Poi è arrivato il 2003: alle World Series of Poker di Las Vegas vince Chris Moneymaker, entrato in un evento da 10.800 dollari con una qualificazione online da 39. In Italia il fenomeno esplode nel 2006, quando la televisione comincia a trasmettere i tavoli finali internazionali.
Subito dopo, il passaggio a un web interattivo e condivisibile [O’Reilly, 2005] moltiplicò la circolazione di quella storia e il desiderio di ripeterla. Ma col formato si trasferì anche il suo difetto: al torneo furono portate le strategie matematiche del cash game, indispensabili là e spesso inefficaci qui.
La componente padia nei tornei
Il formato classico viene comunemente chiamato «poker sportivo». Ma anche il torneo resta esposto alla componente padia di Caillois, quella che affida l’esito al caso invece che all’impegno.
Il progressivo aumento dei bui spinge prima o poi verso lo short stack, e da lì l’all-in prima del river smette di essere una scelta e diventa una necessità strutturale. In quel momento le abilità si fermano e decide la sorte. Che non sia un’astrazione lo prova un caso documentato dallo studio, ricostruito mano per mano.
Il malinteso, allora, non sta nelle regole del gioco. Sta in un formato che non è mai stato pensato per premiare l’abilità.
La soluzione
Gli Skill Poker Index nascono per correggere quell’errore di origine. Le regole della mano non cambiano: cambia una regola in più, su come il piatto viene diviso quando lo show-down arriva prima del river, così che rinunciare alle abilità abbia un costo e condurre la mano fino in fondo abbia un valore.
Nel prossimo articolo analizzeremo una mano giocata in un torneo live reale. Vedremo come la componente aleatoria influenzi concretamente l’esito di uno spot e perché questo dimostra l’urgenza degli SPI.
