Poker disciplina sportiva: il confronto con lo sport tradizionale

Poker disciplina sportiva: definizione legittima o soltanto un’aspirazione? Per rispondere sul serio non basta l’intuizione: bisogna confrontare il poker Texas Hold’em con ciò che, per definizione, fa di un’attività uno sport.

Uno sport premia l’esecuzione perfetta, il poker no

Ogni disciplina sportiva si regge su un patto implicito: se l’atleta esegue il gesto tecnico alla perfezione la prestazione ha successo, se commette un errore offre un vantaggio al rivale. Abilità e risultato sono saldati l’uno all’altro. Nel poker Texas Hold’em tradizionale questo patto salta. Si può condurre una mano in modo impeccabile senza avere alcuna garanzia di vittoria, oppure sbagliare senza pagarne le conseguenze e, a volte, esserne perfino premiati. È il primo scoglio che qualunque confronto tra il poker e lo sport deve affrontare, e la ragione per cui il tema divide da sempre gli addetti ai lavori.

Le cinque realtà del poker secondo Taylor e Hilger

Questa natura è così radicata che i professionisti l’hanno fatta propria come un mantra. Ian Taylor e Matthew Hilger, nel loro bestseller Poker Mindset (2007), la sintetizzano in quelle che chiamano “le cinque realtà del poker”: il poker è un gioco sia di abilità sia di fortuna; nel breve termine la fortuna è regina; nel lungo termine è regina l’abilità; è un gioco di piccoli vantaggi; ed è un gioco con un fattore di varianza molto alto.

Gli autori insistono su un punto: solo accettando queste cinque realtà il giocatore può regolare la propria mentalità e orientarla alla qualità delle decisioni, anziché al singolo risultato. Va però osservato che si tratta di realtà formulate con lenti puramente probabilistiche e di lungo periodo — la stessa prospettiva quantitativa che, da sola, non basta a fare del poker uno sport, ma che ne descrive con onestà la componente mentale. In altre parole, per Taylor e Hilger la differenza tra un dilettante e un professionista non sta nel risultato della singola mano, ma nella capacità di accettare la varianza e di giudicarsi sulla qualità delle decisioni prese lungo l’intera competizione.

Che cosa definisce uno sport

Per uscire dalle impressioni serve una definizione. Secondo la Carta Europea dello Sport, ripresa dal CONI nel 1992, è sport ogni attività che abbia per obiettivo il miglioramento della condizione fisica e psichica, lo sviluppo delle relazioni sociali oppure l’ottenimento di risultati in competizioni di ogni livello. Sono tre criteri alternativi, non cumulativi: per rientrare nella definizione basta soddisfarne anche uno solo. Vista da questa prospettiva, il caso è ben più favorevole di quanto il senso comune suggerisca, e merita di essere esaminato criterio per criterio anziché liquidato in partenza. La domanda, allora, diventa concreta e verificabile: quali di questi criteri il poker Texas Hold’em soddisfa davvero?

La condizione psichica: il poker come empowerment

Il primo criterio che il poker soddisfa è quello della condizione psichica. L’attività cognitiva del giocatore professionista si esprime in ciò che Bruscaglioni (1994) definisce empowerment: un processo che attiva e facilita il cambiamento, aiutando la persona a uscire da una situazione di stallo, e che può essere individuale (self-empowerment) oppure coinvolgere un intero gruppo. È un miglioramento delle capacità mentali del tutto affine a quello richiesto dalle attività sportive di livello cognitivo. Sotto questo profilo, il requisito minimo del miglioramento della condizione psichica è pienamente rispettato.

Il criterio della competizione: perché serve il torneo

Il criterio più discriminante è però quello dei risultati in competizioni di ogni livello, ed è qui che la struttura del gioco diventa decisiva. Nella modalità cash game manca un termine definito: la sessione non ha una fine prestabilita e, complice la componente aleatoria della sua struttura originaria, non è in grado di garantire un risultato competitivo. Nel cash game, del resto, non esistono livelli di bui crescenti e le puntate obbligatorie restano fisse a tempo indeterminato: ogni interruzione è soltanto l’intervallo di una lunga sessione, non il traguardo di una gara. La modalità torneo ribalta la situazione. Per sua stessa natura è una competizione sportiva a eliminazione: prevede un inizio, una progressione e, inevitabilmente, un vincitore. È il formato torneo, e non il cash game, a rispondere al criterio della competizione — al punto che, nell’analisi della tesi, proprio quel criterio diventa il paradigma di riferimento per lo studio degli indici di abilità.

Dalla liceità al riconoscimento sportivo

Resta un ultimo passaggio, di natura giuridica. Come ricorda Crismani (2008), il riconoscimento di una disciplina segue l’accertamento della sua liceità; e lo stesso autore ammette che, da questa prospettiva, non ci sarebbe alcuna ragione per non riconoscere il torneo di poker Texas Hold’em come disciplina sportiva. Il poker, insomma, possiede già gran parte dei requisiti dello sport. Il riconoscimento, da questo punto di vista, non chiederebbe di snaturare il gioco, ma soltanto di colmare l’unico requisito ancora scoperto. Ciò che ancora gli manca è un criterio oggettivo che renda le sue abilità realmente determinanti: è il compito che si assumono gli Skill Poker Index.

Nel prossimo articolo vedremo come nasce quel criterio: il nuovo approccio interdisciplinare su cui si fondano gli Skill Poker Index.

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